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Il discorso del Presidente Mattarella

NOVEMBRE 2015 VISITA DI STATO IN VIET NAM DEL PRESIDENTE MATTARELLA Il discorso del Presidente

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In ricordo di Ettore Masina

Addio a Masina, già presidente dell'Associazione Italia Vietnam    

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Investire in Viet Nam

E’ in distribuzione la nuova guida economica sul Vietnam, edita nell’agosto 2014.

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ITALIA-VIET NAM. SAPERI, DIPLOMAZIA, COOPERAZIONE.

  UN VOLUME, SIGLATO DA IMPORTANTI AUTORI CHE RIPERCORRE LE TAPPE DI UN RAPPORTO ANTICO E FECONDO.  

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IL DRAGO E LA FATA

IL DRAGO E LA FATA. POLITICHE E POETICHE NEL VIETNAM CONTEMPORANEO   UN NUOVO, APPASSIONANTE LIBRO CHE ESPLORA L’IMPONENETE PANORAMA STORICO E LETTERARIO DEL VIETNAM FRA TRADIZIONE E MODERNITÀ.  

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DAL PASSATO COLONIALE ALL’ERA DEL DOI MOI.
CENNI DI STORIA ECONOMICA[1]
Alla vigilia della colonizzazione francese, il Viet Nam non aveva ancora portato a compimento l’opera di integrazione economica della parte meridionale del paese, da poco annessa al territorio nazionale; con l’instaurarsi del regime coloniale il processo di unificazione delle strutture economiche risultò come cristallizzato e la successiva partizione forzata del paese, in seguito agli Accordi di Ginevra, non fece che rafforzare gli elementi di diversità fra le varie regioni, a fronte di un’unità territoriale, culturale e linguistica consolidata. Nel corso della dominazione coloniale, il volume degli scambi commerciali fra Nord e Sud venne ad assumere dimensioni assai mediocri rispetto al giro d’affari interregionale o internazionale; in altri termini, l’integrazione e la complementarità economica fra la parte settentrionale e la parte meridionale del paese, erano ancor lungi dall’essersi realizzate.
La regione del Sud era terra di insediamento recente, non ancora del tutto permeata quindi dall’organizzazione statale nazionale. L’amministrazione coloniale non mancò di esaltare e, in taluni casi, di acuire le differenze esistenti fra l’area settentrionale e quella meridionale e il progressivo, sempre più ingente afflusso di capitali provenienti dalla metropoli francese camuffò per certi aspetti le condizioni economiche del Sud che mantenne così alcune delle sue tipiche peculiarità sino all’avvenuta indipendenza del paese e oltre il 1975. 
Contrariamente a quanto avvenne in Cina, dove, in ragione della potenza politica e delle dimensioni geografiche nazionali, il fenomeno della penetrazione coloniale poté a lungo essere considerato marginale, in Việt Nam le trasformazioni derivate dall’insediamento occidentale nell’area, ebbero effetti rimarchevoli. Se quella che Jean Chesnaux ha definito il fenomeno di “transcontinuità” culturale, cioè la riaffermazione della personalità nazionale in una prospettiva storica di lunga durata, è particolarmente netta in Việt Nam, è pur vero che la rottura indotta dal colonialismo diede adito a vistosi mutamenti economici e sociali. Gli ottantant'anni di regime coloniale furono caratterizzati da una stasi nell'evoluzione tecnologica di base che pur aveva antiche e solide tradizioni nel popolo vietnamita.  
L’escalation americana che prese avvio in forme larvate all’indomani della sconfitta francese di Dien Bien Phu e il successivo invio di truppe stanziali nella parte meridionale del paese, diede origine ad un’economia di guerra gonfiata, fondata su traffici illeciti e parassitaria. Le scelte economiche furono in massima parte dettate da precise ragioni strategiche, connesse all’andamento delle operazioni militari. Ne costituiva un esempio la legge varata da Nguyen Van Thieu in funzione della riforma agraria che assunse il nome di Land to the tiller e che, pur rispondendo alle esigenze di “pacificazione” delle regioni del Delta, non portava alcuna attenzione alla modernizzazione dell’agricoltura. In seno alla Repubblica Democratica del Viet Nam (RDVN), con l’adozione del primo piano quinquennale (1960-1965), si era dato avvio, sul piano politico, alla fase della “costruzione delle basi materiali e tecniche del socialismo”, successiva alla trasformazione dei rapporti di produzione. Ultimato il processo di collettivizzazione dell’agricoltura, il nuovo obiettivo, identificato nel decollo dell’industria pesante, fu seriamente messo in gioco dall’intensificarsi delle operazioni di guerra  e dai bombardamenti americani, che rallentarono l’attuazione di un’economia pianificata.  Fra il 1968 e il 1973 circa la metà del prodotto interno lordo a livello industriale proveniva da imprese statali, gestite da autorità locali; la necessità di “regionalizzare” la produzione fece emergere deviazioni e distorsioni all’interno del progetto ufficiale di pianificazione.
In seguito agli accordi di Parigi fu messo in atto il piano triennale 1973-1975, volto alla ricostruzione della capacità produttiva del paese, i cui settori di punta stavano ancora faticosamente tentando di eguagliare i livelli dei dieci anni precedenti: se, sul piano militare i bombardamenti sul Nord  non avevano risparmiato le fabbriche, sul piano politico, la contingenza di guerra aveva costretto l’opera di pianificazione ad un netto rallentamento.
La RDVN, fu in grado rispondere all’aggressione americana con una massiccia mobilitazione popolare che seppe resistere all’escalation ed alle successive fasi del conflitto; d’altro canto, si mostrò flessibile nell’applicazione dei principi del sistema pianificato. Del resto, è oramai comprovato che le limitazioni all’applicazione tout court del sistema pianificato sono da individuarsi in precise caratteristiche della società vietnamita e peculiarmente nelle istituzioni locali e nelle strutture sociali e politiche del villaggio e del comune. Detto altrimenti, come vari studiosi hanno messo in luce, ciò significa che politiche autoritarie di mobilitazione di risorse avrebbero facilmente innescato risposte “tattiche” provenienti dal basso e localmente, tese a rendere inefficace l’applicazione di determinati interventi statali.
La società vietnamita si fonda, com’è noto, sulla compenetrazione di eterogenei elementi che in estrema sintesi si possono riassumere ne: il sistema di valori confuciano - cui attinge la struttura dello stato centralizzato - , il villaggio - fonte del potere locale -, la famiglia, nucleo base della società, al centro di una fitta rete di relazioni parentali e motore di comportamento sociale. Questi elementi convivono sin dalla nascita del millenario stato vietnamita e interagiscono costantemente. La famiglia vietnamita, elemento portante di ogni villaggio, fa fronte alle pressioni esterne indotte dallo Stato centrale così come risponde alle sollecitazioni della natura talvolta ostile in quest’Asia dei monsoni, dove il costante e maestoso lavoro dei contadini e delle contadine, ha saputo dominare tifoni, inondazioni e carestie e dare vita a imponenti civiltà idrauliche. In quest’opera incessante è maturato il senso profondo dei vietnamiti per il reciproco sostegno, la cooperazione collettiva e l’unità popolare contro le calamità naturali così come contro ogni aggressione nemica.
L’economia vietnamita del dopoguerra può essere sommariamente riassunta in due periodi fondamentali,
1975 -1986, la fase della collettivizzazione del sistema produttivo nazionale.
1986- 1996, gli anni del rinnovamento, ovvero la politica del Doi Moi.
Nel corso della prima fase si tese a rendere efficiente l’economia pianificata che pure aveva mostrato criticità - in particolare fra il 1960 e il 1975 - e che, nel momento della cessazione dell’afflusso di capitali cinesi (e in parte russi), aveva rivelato con sempre maggior evidenza limiti. Fu un periodo di aperta ostilità verso il settore privato;  la tra-sformazione del settore commerciale della regione meridionale - ove, ancora nel 1978, il 65% del mercato era controllato da privati - divenne obiettivo prioritario.
Il secondo periodo fu a sua volta contraddistinto da un primo momento di stabilizzazione dei parametri macroeconomici (1986-1991) e una seconda fase volta ad accrescere l’economia nazionale. Il decennio 1975-1986 perseguì per certi aspetti, anche se non in modo categorico, l’applicazione del modello sovietico di pianificazione centralizzata, (il grande balzo in avanti dell’industria pesante in primo luogo) e dell’autosufficienza dal punto di vista alimentare. I risultati non furono tuttavia incoraggianti; volendoci limitare alla considerazione di un settore “strategico” per il Paese quale quello della risicoltura, la situazione veniva così a delinearsi: se nel 1976 la produzione era stata di 11,827 milioni di tonnellate, con un rendimento per ettaro di 22,3 quintali su una superficie messa a coltura di 5,297 milioni di ettari, cinque anni più tardi i dati erano rispettivamente: 11,647 milioni di tonnellate (-1,52%), 20,8 quintali (-7%), su 5,6 milioni di ettari. Sul finire del 1979, alla vigilia quindi della conclusione del secondo piano quinquennale, gli esiti negativi indussero il governo ad introdurre correttivi in vista di una decisa ripresa economica.
Nel corso del VI congresso del Partito comunista vietnamita, tenutosi nel dicembre del 1986, veniva  lanciata la “politica di rinnovamento” (Doi Moi) che altro non faceva che riprendere ed armonizzare le politiche di liberalizzazione già coraggiosamente introdotte nei primi anni Ottanta. Più che conformarsi su di una rigida struttura di riforma, il nuovo metodo di sviluppo si fondava su di un sistema di azione/reazione, in base al quale l’introduzione di correttivi strutturali seguiva, accomodandovisi, le mutate richieste socio-economiche del paese. I punti-cardine di questa svolta si possono identificare nella ricerca del cambiamento attraverso la stabilità soprattutto politica, nell’“incrementalismo” - basato sul principio del “riformare senza distruggere”-  e nel pragmatismo che promuoveva il basso impatto della critica “teorico-ideologica” sulle riforme stesse.
Come diversi studiosi affermano, il rinnovamento  vietnamita, in ossequio a consumate abitudini, si è ampiamente fondato su di una interazione di azioni provenienti “dal basso e dall’alto”, contemplate cioè nell’ambito della rivendicazione popolare e della strategia governativa nel contempo; le trasformazioni verificatesi fra gli anni Ottanta e i primi anni Novanta pertanto non dovrebbero essere identificate come riforma organica in senso stretto, ma piuttosto come un concorso di azioni in cui la politica economica è venuta a reagire agli stimoli del sistema sociale. Si è trattato in altri termini di un processo endogeno, insito nel generale processo di mutamento. Adam Fforde sottolinea che “questo passaggio si è attuato […] in modo più spontaneo che pianificato - poiché la politica a volte si è opposta a queste riforme. Tuttavia [la classe dirigente del paese] ha imparato alcune lezioni di base e ha portato a termine dei cambiamenti”. Nell’affrontare le nuove problematiche i leaders vietnamiti hanno saputo far tesoro degli insegnamenti ricevuti nella fase di transizione databile attorno al 1981[2]. Il processo di riforma in Viet Nam è quindi una sorta di mescolanza fra comportamenti spontanei provenienti dal basso e la loro formalizzazione.
All’inizio degli anni Novanta, il sistema economico pianificato risultava smantellato, quanto meno nella sua rappresentazione strutturale; fu sostituito da una economia mista, basata su relazioni fra agenti economici, volontarie e decentrate: si attuava cioè la “commercializzazione dell’economia vietnamita”.
Per favorire l’afflusso di capitali esteri necessari alla ripresa, il monopolio statale sul commercio estero venne abbandonato e, nel 1987 fu introdotta la Legge sugli Investimenti Esteri. I leaders vietnamiti, consapevoli dell’urgenza di attrarre capitali stranieri per favorire l’accesso alle tecnologie avanzate e facilitare le esportazioni, miravano a colmare il divario fra risparmio interno e investimenti - passaggio inevitabile in una economia destinata a crescere rapidamente dopo un decennio di stagnazione economica. La risposta a questa apertura fu ampiamente positiva.
Volendo compiere un’incursione nella storia recente, occorre ricordare che, a partire dal 1990, il Paese si è trovato in una sorta di “urgenza giuridica”, cioè nella necessità di porre fondamento legale al cambiamento economico;  da qui si è originata un’intensa attività legislativa, sfociata nell’adozione dell’attuale Carta Costituzionale (1992). E’ da notare che, a differenza degli sviluppi istituzionali intercorsi nell’Europa centrale ed orientale in seguito alla crisi dello Stato socialista di derivazione sovietica, il legislatore vietnamita, lungi dall’abbandonare l’obiettivo politico socialista, si è pronunciato in favore della realizzazione di uno “Stato di diritto socialista” capace di porre le leggi e ha sancito l’orientamento del diritto nel suo complesso, “a sostegno dello sviluppo economico e sociale del Paese”.  La legge fondiaria del 1993 fece proprio il dettato costituzionale, riservando al popolo il diritto di proprietà della terra e allo stato la gestione della medesima - cioè la potestà di dare in concessione i terreni; riconobbe inoltre la possibilità del titolare del diritto d’uso di disporne, lasciarli in eredità o costituirvi diritti di garanzia (ipoteca). In questa prospettiva venne riconosciuto il diritto di possedere immobili a titolo perpetuo se utili a scopo residenziale, disponendo della restituzione dei medesimi secondo precise cause (ad  esempio  in caso di fallimento  o del non uso, protratto per oltre un anno). Nell’ipotesi di terreni che siano sede di coltivazioni industriali, la durata del diritto veniva stabilita in cinquant’anni, in vent’anni negli altri casi. Anche il Codice Civile, in vigore dal 1996, pur garantendo la massima libertà di trasferimento degli immobili non venne a modificare la situazione relativamente alla natura del possesso, stabilendo che i detentori di terreni sono tenuti, “a pagare [allo stato] una rendita per il diritto d’uso del terreno nelle loro mani”; in altri termini, si riaffermava il preminente diritto dello Stato. Resta  evidente che tale limitazione, poneva le imprese private in condizioni di difficoltà nel momento in cui si trovavano nella condizione di dover contrarre prestiti con banche estere offrendo la terra quale garanzia.
Le imprese private passarono da 770 a quasi 25 mila fra il 1990 e il 1995, mentre, già nel 1992 il settore privato contribuiva al 54 % della formazione del capitale fisso. Il settore non statale si mostrò particolarmente dinamico e capace di adattarsi rapidamente ai nuovi meccanismi di mercato: ciò è testimoniato dal fatto che fra il 1994 e il 1995 l’industria di stato ha registrato una crescita del 9,3%, quella regionale del 15,4% e quella privata del 14,9%.[3]
I risultati del Doi Moi) sono stati rilevanti: dal 1991 al 1995, il tasso medio annuo di crescita del PIL è stato del 8,2%, con un aumento della produzione industriale del 13%. Successi sono stati registrati anche in agricoltura, dove la produzione risicola ha toccato i 24,9 milioni di tonnellate facendo diventare il Viet Nam il terzo paese esportatore al mondo: fra il 1989 e il 1996 si sono esportate 14,5 milioni di tonnellate di riso, con una punta massima di 3 milioni di tonnellate nel 1996.
Il crescente flusso di aiuti economici, favorito, come si è detto, dal ristabilimento delle relazioni diplomatiche con gli USA, dall’ammissione a pieno titolo nell’ASEAN e più recentemente nel WTO, ha sicuramente contribuito alla stabilizzazione e alla crescita dell’economia nazionale favorendone la modernizzazione tecnologica e migliorandone l’efficienza generale. Nel 1996 il processo di rinnovamento appariva consolidato con un tasso di crescita attorno al 9%: la produzione industriale in salita del 13-14%, l’inflazione contenuta a circa il 3% e un valore delle esportazioni (diversificate grazie alla presenza di generi quali l’abbigliamento, le calzature e i prodotti agricoli lavorati), pari a 7,5 miliardi di dollari.
In questi anni di intensa crescita, il Paese ha puntato sul rinnovamento complessivo della sua struttura produttiva, mirando gradualmente e con ferma attenzione ad un modello di  nazione post-industriale. Nel momento del dilagare della crisi dei Paesi asiatici, - dicembre 1997/gennaio 1998 -, è stata varata una politica tesa a ridurre la perdita di competitività dei prodotti vietnamiti e l’invasione di merci provenienti da paesi come Thailandia o Cina, più a buon mercato rispetto a quelle prodotte nel paese.  
Il Viet Nam, oggi è un Paese con circa 90 milioni di abitanti; il 60% della popolazione è costituito da giovani al di sotto dei trent’anni. La corsa alla crescita economica, così come il progredire dell’economia di mercato a orientamento socialista ancora continua. Fra i costi della crescita, ovviamente vi sono quelli sociali, oneri impegnativi di cui i leaders vietnamiti erano consapevoli sin dall’avvio del processo di rinnovamento.  
Purtuttavia, è in quel variegato insieme di passato e contemporaneità che ogni osservatore può cogliere - e non già nella cultura tradizionale tout court, in quella moderna, ereditata dal colonialismo, o nell’apparente disordine del quotidiano, frutto del proliferare dell’economia cosiddetta “informale” - che si possono intravvedere i segni di questo spazio in cambiamento.  
Sandra Scagliotti

[1] Tratto da SANDRA SCAGLIOTTI, Saggi sul Viet Nam, Celid, Torino 2000 e “Viet Nam, dal passato coloniale all’era del Doi moi. Elementi di  storia economica e sociale” in  AA.VV., Investire in Viet Nam. Il Paese, la cultura, il sistema economico - edito a cura della Camera di Commercio Italia-Viet Nam e dell’Ambasciata della R.S Viet Nam in Italia.

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